Da lunedì 6 aprile l’esercito presidia Palazzo Selam, una delle strutture più grandi tra le occupazioni storiche della capitale. Sita in zona Tor Vergata vi vivono attualmente moltissime famiglie, prevalentemente originarie del Corno d’Africa, in Italia da anni, nella quasi totalità composte da titolari di protezione internazionale. Parliamo - secondo quanto dichiarato dall'assessore alla Sanità della Regione Lazio Alessio D'Amato - di circa 500 persone - compresi 32 minori - un terzo delle quali donne.  Ciò è avvenuto dopo che la scorsa settimana due persone, risultate positive al Covid 19, erano state ricoverate presso il Policlinico di Tor Vergata e allo Spallanzani. Ieri la ASL ha iniziato a fare i tamponi, a partire dagli abitanti dei piani dello stabile interessati dai due casi di contagio e oggi dovrebbero continuare le analisi a tappeto su tutti gli occupanti. Sono state distribuite le prime mascherine e si attende ancora che siano date a tutti. Le persone non possono entrare né uscire dalla struttura. Secondo notizie di stampa, l’esercito dovrebbe lasciare il palazzo dopo l’effettuazione dei tamponi a tutti.

Tutto risolto? A nostro parere no.

I volontari dell’associazione Cittadini del Mondo che opera all’interno di Palazzo Selam dal 2006 si erano mossi da giorni. Già a metà marzo avevano contattato Regione e Comune per effettuare la sanificazione degli ambienti. Ma secondo i volontari nessuna ditta si è resa disponibile. Il Comune ieri avrebbe preso un impegno specifico per fornire cibo e acqua all'interno - manca nella struttura acqua potabile - e per farsi carico delle necessità dei bambini. Le condizioni strutturali però rimangono quelle di sempre, con ambienti sovraffollati e non areati che costituiscono alleati del virus, come scriveva l’associazione in un appello lanciato per una raccolta di presidi sanitari (mascherine, guanti, detergenti) e altri beni primari. “Possibile, dicono i volontari dell’associazione, che l’esercito sia il primo e unico intervento dello Stato da quando è scoppiata l’emergenza”?  La domanda è più che legittima. La quasi totalità delle persone che abitano Selam Palace sono titolari di protezione internazionale, il che mostra l’inadeguatezza delle politiche abitative e post-accoglienza nel nostro Paese e l’incapacità delle istituzioni di tutelare, anche in questa fase emergenziale, i diritti di chi dovrebbero proteggere.

 

“L’Italia è la nostra seconda patria” - dichiara M. abitante di Selam Palace, eritreo, raggiunto dall’associazione ColtivAzione - “Il primo caso di contagio dentro al palazzo è di un ragazzo che fa il volontario per la Protezione Civile. All’inizio dell’emergenza, il 10 marzo, abbiamo subito fatto una riunione per darci compiti e responsabilità nella gestione e pulizia delle zone comuni, e posto persone a controllo dell'ingresso per evitare che potesse entrare qualcuno che non abita qui. Abbiamo cercato di essere molto responsabili, ma non è facile quando vivi in così tante persone”.

Che la concentrazione di persone in luoghi chiusi costituisca un rischio è stato purtroppo reso evidente da quanto è successo negli ospedali e nelle case per anziani di mezza Italia. Che fosse necessario intervenire in via preventiva per tutelare la salute e i diritti dei cittadini stranieri è stato richiesto più volte da molte organizzazioni della società civile, a livello locale e nazionale.

Ma una volta fatti i test cosa intendono fare le istituzioni?

 

Le organizzazioni del Comitato Io Accolgo di Roma si augurano che eventuali “soluzioni” ipotizzate dalle Istituzioni non si trasformino mai più in altri casi come “Piazza Indipendenza”, nessuna soluzione è possibile se non sono individuate soluzioni abitative alternative. Per gli abitanti di Selam Palace come per le altre migliaia di persone che vivono per strada o nelle decine di accampamenti sparsi per la città.

 

In particolare, tornano a chiedere che

  • Si costituisca una cabina di regia tra Prefettura, Comune di Roma e organizzazioni sociali per programmare le operazioni di sanificazione e la distribuzione di presidi sanitari.
  • Sia definito un protocollo di gestione delle situazioni di emergenza.
  • Siano predisposti strumenti adeguati alla popolazione straniera per l’accesso alle misure di sostegno previste dal governo e dalle amministrazioni comunali.

Palazzo Selam, come le molte occupazioni informali esistenti in città, ci ricorda in maniera evidente che a Roma esiste un problema di politiche abitative assolutamente inadeguate a garantire il diritto all’abitare a tutte le persone. Ci ricorda inoltre che le regole di distanziamento sociale e di prevenzione sanitaria oltreché essere prescritte sulla carta, devono essere rese attuabili con opportuni interventi e risorse da parte delle istituzioni.

Il comitato romano di #ioaccolgo

A Buon Diritto onlus, Acat Italia, Acli, ActionAid, ALI - Accoglienza Libera Integrata, AOI, Arci Roma, Cgil Lazio, Cnca Lazio, ColtivAzione Ass., Fondazione Migrantes, Istituzione Teresiana in Italia, Lunaria APS, Refugees Welcome Italia - gruppo Roma, Saltamuri Ass., Sant’Egidio Roma, Uil Lazio del Comitato romano della campagna #IoAccolgo

 

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